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on line – martedì 29 dicembre – creatività nei vuoti urbani

Martedì 29 Dicembre dalle 21.00 alle 22.45 si terrà on-line il settimo incontro organizzato da Criticity-Futuri Urbani dal titolo: “Creatività nei vuoti urbani:Attualità e potenzialità” con la partecipazione del Csa Next-Emerson e Paola Boscaini

Link per partecipare alla diretta https://meet.google.com/vwv-xrzm-fdm

Sito di Criticity https://www.criticity.org/

Le registrazioni degli incontri precedenti https://radiowombat.net/category/podcast/criticity/

Pensieri sparsi sulla pandemia dal collettivo del nExT Emerson

Pensieri sparsi sulla pandemia dal collettivo del nExT Emerson

Durante le lunghe pause di inattività del csa, rinchiuse nella routine delle proprie abitazioni, confinate tra un divieto e l’altro ci siamo ritrovate spesso a discutere della situazione, delle conseguenze del modello di gestione della pandemia attuato da governi e istituzioni. Abbiamo deciso di provare a scrivere le nostre riflessioni in forma di brevi interventi, suggestioni. Senza pretendere di distribuire perle di saggezza o analisi illuminanti abbiamo provato a riflettere su quanto sta accadendo. Alcuni scritti sono riflessioni a caldo, personali e incomplete, che catturano però i pensieri all’interno del collettivo di gestione del nExT Emerson.Le vorremmo riprorre insieme al questionario di inchiesta realizzato a marzo come un modo per continuare a comunicare in un momento in cui vedersi vis a vis è un’eccezione e la forma scritta è spesso relegata al modello di fruizione da social media, distratto e votato al consumo bulimico del flusso informativo. Ogni settimana pubblicheremo qualcosa sul sito del csa, fino a esaurimento materiale o vena analitico/creativa.

Qui di seguito il questionario di aprile 2020, nella prima versione stampata e distribuita durante una serata musico/teatrale questa estatetenutasi nel nExT Garden.

Il pdf e il post della prima uscita dei contributi sopra citati:

Da Ego a Eco – Educare alla prevenzione

L’educazione è promozione del benessere, creazione di spirito critico, continua progettazione per un futuro sempre migliore.Nessuno parla dei giovani, nemmeno una notizia ai telegiornali sulle conseguenze di queste misure restrittive su di loro, forse perché chi sta subendo più traumi in assoluto sono loro. La scelta è tra il mantenere qualcosa di umano (essendo comunque derisi e ghettizzati dalla maggioranza) o diventare robot ipnotizzati e omologati per i quali il termine “responsabilità” non è un valore da preservare ma un peso da scaricare.I bambini, e i giovani più in generale, stanno assistendo ad un boicottaggio della cultura e dell’affettività come principale veicolo di comunicazione. Stanno crescendo (ormai tra 4 mesi è un anno) fuori da ogni principio pedagogico per la promozione del benessere individuale, e quindi collettivo. Ma loro non hanno voce in capitolo, anche se loro saranno il futuro. Una generazione cresciuta con il divieto del contatto, del sorriso, della complicità del compagno di banco, della cooperatività del gioco di squadra. Privata di ogni forma di arte e di affetto, abituata a considerare la malattia come un male da sconfiggere invece che come una risorsa che rende l’organismo, corpo e mente, più forte. L’educazione, come la sanità, sta diventando sempre più selettiva, per pochi, per chi ha computer e internet a casa. E tutti gli altri? Viene riconosciuta una sola forma di intelligenza, quella che da produttività al sistema, governata dalla competitività e lontana dai valori di comunità e di benessere collettivo.Si parla solo di cura e mai di prevenzione, forse perché la cura porta più profitto, mentre la prevenzione è un percorso continuo di responsabilità consapevole: alimentazione sana, attività fisica, pensieri positivi che riconoscono ogni parte come indispensabile al tutto.Il virus esiste, ma privando l’essere umano di essere umano come facciamo a sviluppare gli anticorpi? Obbedire senza chiedersi perché è il nuovo motto.

Non possiamo fare domande perché non siamo competenti, quando però gli stessi che si definiscono competenti, come i virologi in questo caso, litigano tra di loro in televisione perché hanno pareri contrastanti. Vietano le attività che promuovono benessere psico-fisico ma lasciano i centri commerciali aperti, chiudono i centri culturali e sociali ma rimangono aperte le chiese. non possiamo invitare a casa amici e parenti ma dobbiamo lavorare 8 ore al giorno davanti ad un dispositivo che crea stress e ansia: il famoso smart working che di smart ha ben poco.Stiamo assistendo alla dimostrazione che l’individualismo tanto proclamato ha fatto morire piano piano il desiderio di cittadinanza attiva. “Benessere comune” per la maggioranza sono solo due parole messe insieme senza significato o con il solo significato di limitazione delle libertà personali.L’unico lavoro possibile sarà quello dipendente e i liberi professionisti non esisteranno più. Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte in Italia e più in generale nel mondo, i tumori la seconda e per impedire il loro sviluppo bisogna contrastare fumo, scarsa attività fisica e cattiva alimentazione (compreso il consumo di alcol). Dove sono le misure di sicurezza? Dov’è la prevenzione?  I tabacchi sono aperti h24 con le loro splendide macchinette; l’alcol è diventato il principale veicolo di socializzazione, la droga legale; l’obesità e l’anoressia come una scelta e non una malattia mentre l’alimentazione sana è vista come una moda radical chic. Forse manca una vera educazione al benessere, una promozione dell’agio che informi realmente, invece di nascondere le verità facendo malattie di categoria a e b, non in base alla gravità ma in base al profitto che portano quando una persona si ammala. 

«L’educazione deve contribuire allo sviluppo totale di ciascun individuo: spirito e corpo, intelligenza, sensibilità, senso estetico, responsabilità personale e valori spirituali. Tutti gli esseri umani devono essere messi in grado di sviluppare un pensiero autonomo e critico e di formarsi un proprio giudizio, per poter decidere da soli ciò che, a loro parere, debbono fare nelle diverse circostanze della vita.» (J. Delors (a cura di), Nell’educazione un tesoro. Rapporto all’UNESCO della commissione internazionale sull’Educazione per il Ventunesimo Secolo, Armando Editore, Roma,2005.)

Recensione: Le pieghe del corpo a cura di Antonio Donato, Leonardo Tonelli e Eduardo Galak

el ritrovarmi costretta tra quattro mura urbane, la lettura del libro Le pieghe del corpo mi ha fornito un po’ di spunti abbastanza profondi da voler scrivere questa recensione. Al centro del libro si trova un’analisi organica, su cosa può un corpo, tanto in termini idealistici che fisici, come risultato dello sforzo di più autori che si sono ordinatamente spartiti gli altrettanti capitoli del libro. L’aspetto che mi è piaciuto di più è la scelta “Le pieghe del corpo” come titolo. Questo libro, indagando dal punto di vista filosofico e politico cosa può un corpo, sottolinea le infinite pieghe che un corpo può assumere, incrinando i molteplici dispositivi sociali (e istituzionali), evolvendosi in linee colorate, dinamiche e soggettive dalle quali nascono nuovi corpi, liberi dal determinismo biologico, culturale e politico. Tuttavia, il libro ci ricorda che il corpo non nasce come forma di opposizione ma come strumento di controllo. A tal proposito, l’autore tratta la relazione tra corpo e binomio potere-sapere, introducendo il concetto di tecnologia disciplinare del corpo foucaultiano. Quando si parla di corpo, si parla, nel bene e nel male, di discipline. Il momento delle discipline coincide con il momento durante il quale il corpo prende coscienza, migliora le abilità e diventa tanto più obbediente quanto più utile. L’autore rimarca come le discipline dettano dei poteri-saperi come pratiche normalizzate di intervento politico sul corpo. Metaforicamente, tali poteri-saperi vengono rappresentati come delle linee rettilinee e prestabilite che collegano le svariate discipline come quelle pedagogiche, militari, mediche e sportive. Tali linee non sono inflessibili come dimostrano certi esempi storici e filoni letterari che l’autore riporta come momenti di incrinatura della configurazione potere-sapere. Come primi punti di rottura, l’autore cita diverse riviste francesi nate negli anni sessanta-settanta (per esempio, Partesan Que Corps?) che pubblicano riflessioni criticanti il corpo moderno, mistificato dall’educazione fisica ordinaria e dallo sport capitalista. In questo contesto, l’educazione fisica è stata usata come strategia per raggiungere certi livelli universali di fitness e wellness (con tutte le connotazioni narcisistiche possibili) in modo da essere funzionale al mercato. A tal proposito, viene criticata la definizione di sport più moderna, definita dalla Carta Europea dello Sport, perché riduce lo sport, in modo confuso, ad un’attività deficitaria e omologante, confinata alla pratica corporea che fa bene al fisico e alla mente. Questa definizione non considera la sfera comunicativa e informativa che lo sport e le pratiche corporee in senso ampio si trascinano. Con le pratiche corporee, gli individui si esprimono in funzione del contesto, si amplificano le abilità soggettive e si tessono relazioni significative (e affettive perché no) con la comunità, con l’esterno. L’ambiente, dunque, può essere plasmato, ma nel senso positivo, cioè subendo dei processi di rigenerazione urbana, come quelli innescati da sport non convenzionali quali il parkour e la capoeira, che vengono ampiamente discussi in un capitolo del libro.Se dalla domanda cosa può un corpo si aprono infinite risposte legate alle capacità dei corpi di flettere tali meccanismi disciplinari, interrogarsi cos’è un corpo sembra risultare un tentativo superfluo e riduttivo. L’autore introduce un dibattito da tempo molto discusso dalle Scienze Sociali nell’ultimo secolo:il corpo è natura o cultura? Ammesso che il corpo sia solo natura, come si fa ad “educare naturalmente” un corpo? tramite criteri e parametri che standardizzano e normalizzano i corpi corretti, differenziandoli dai corpi abbietti (con quest’ultima parola ho sentito un brivido gelido lungo la schiena). Dunque, l’approccio “naturalistico” si avvale della scienza per misurare e definire i corpi corretti, e facendo questo, introduce, volontariamente o no, delle discriminazioni verso i corpi ritenuti scorretti. D’altra parte, la corrente più culturalistica e più moderna, invece, tende a considerare il corpo come un prodotto e una rappresentazione del sociale fino ad affermare che il corpo è unacostruzione del sociale. L’autore non sembra d’accordo con quest’ultima accezione, perché si mette in primo piano la società e il contesto rispetto al corpo. E qua nascono giuste domande: ma quali società? tutte le società? Anche quelle non riconosciute? Tutte le società sono uguali? Ma anche quelle delle piccole tribù indigene? O forse loro no, perché non parlano la nostra lingua e hanno il colore della pelle diverso? La visione più culturalista, come quella naturalista, tende ad universalizzare i corpi educati e i corpi abbietti e a delineare le estetiche e le anormalità.

Si creano, così, le società moderne fatte di corpi visibili, non visibili e invisibili, all’interno delle quali la discriminazione regna sovrana, emarginando i non corpi. Qui l’autore si sofferma sul rapporto tra estetica e massificazione dei corpi e dei loro movimenti, che ho apprezzato molto perché ricco di una veridicità così attuale che non viene quasi mai messa in discussione con i mezzi e le maniere giuste.  Andando avanti, un messaggio appare chiaramente dal testo, Il corpo non è, ma è costantemente in divenire. Questo concetto lo trovo molto interessante perché credo che attraverso il corpo sia possibile sottrarsi ad ogni tentativo di definizione e quindi di classificazione. La domanda cosa può un corpo sposta l’attenzione dall’essenza alla potenza dei corpi. Considerando la potenza, un corpo non è mai uguale a sé stesso come i corpi non sono mai identici gli uni dagli altri perché queste variazioni dipendono dai vari contesti. Ho apprezzato lo sforzo dell’autore nel far comprendere ciò: non esistono leggi di potenza, ma esiste una capacità di agire e fare del corpo che porta a risultati variabili a seconda dell’esercizio, dell’esperienza e dell’ambiente. Interrogarsi dal punto di vista della potenza, restituisce un’identità soggettiva al corpo-individuo, il quale può assumere forme diverse che non si possono conoscere (e quindi classificare) a priori. La potenza di un corpo non è solo il raggiungimento di certi livelli di performance ma è soprattutto, la capacità soggettiva di trasformarsi parallelamente e/o controcorrente al contesto ambientale e sociale e dunque la capacità di resistere e di svincolarsi dai meccanismi lineari dei rapporti di forza, di classificazione. Concludendo, mi è mancato il riferimento esplicito allo sport popolare, ma questa non vuole essere una critica perché probabilmente gli autori se lo sono risparmiato per evitare di scrivere un secondo libro. Il libro è composto da saggi filosofici, politici e sociali, scritti con un’impronta fortemente accademica, che a volte non è di immediata comprensione. Tuttavia, ho trovato questo libro stimolante sia per i contenuti che per il modo in cui sono raccontati. Dunque, certamente consiglio questa lettura a chi lavora con il corpo in senso ampio, come gli educatori, gli attori, gli sportivi o chi come me sente il bisogno di riflettere su come usare il corpo per fare politica. Ed in particolare la domanda cosa può un corpo? mi è stata di aiuto per ridefinirmi nei miei contesti: quello attuale, necessariamente condizionato dall’allontanamento forzato dalle mie compagne e dai miei compagni, ed il contesto di ieri, quello legato alla mia amata palestra popolare che ogni volta che frequento mi ricorda che siamo “potenza” e in quanto tale resistiamo..

Link per scaricare il pdf :

Domenica 20 dicembre – Pranzo sociale mais 100%

Domenica 20 dicembre 2020
Pranzo sociale alle ore 12.30

Seconda chiamata: si replica il pranzo sociale Domenica 20 dicembre

questa chiamata sara’ anche una maniera per sostenere il progetto delle comunita’ Zapatiste del Messico, con la presentazione del libro Sindrome di Peter Punk con l’autore Alessandro Meo “Sante”, il quale ricavato sara’ dedicato al progetto di Educazione Autonoma Zapatista.

Obbligo di prenotazione entro giovedi’ 17.
Specificare se onnivori, vege o vegan.. grazie!
(contatto: 3475922888)
p.s. non scordare la tua mascherina!

Questa volta si viaggia  in Messico..!
Menu:

Tlayudas con guarniciones de  guacamole e frijoles fritos
Sopa Aztecas con mais ý nachos.
Tacos de Chili con carnes y vege-vegan
Caldito de camaron picantes
Y flan de chocolate al chili
Tutto mais 100%
Y vinito

La sindrome di Peter Punk

Autore: Alessandro Meo (Sante)
Editore: Elementi Kairos
Illustrazioni: Alessandro Eusebi, Bastian Contrario, Chew-z, EricaSilvestri, ERRE PUSH, ILL Nano, M., Sabina Salussolia, Stefania Mapu-labe Viola Delfina.

Sindrome di Peter Punk è un esercizio per l’immaginazione. Un insieme di racconti non pensati come prodotti finiti ma come occasione per crescere insieme, per far sì che la narrazione fiorisca grazie alla fantasia d’ognuna. Quattordici storie che destano l’immaginazione, le bussano sulla spalla e la svegliano proponendole di giocare. Storie che non si limitano a raccontare ma pongono domande e offrono una prospettiva dal basso, storica e fantastica.Sindrome di Peter Punk è un viaggio tra immaginario e reale, tra tempi e spazi differenti accomunati da personaggi che si muovono tra fantasia e realtà. Dall’inverno del Covid fino all’assolato porto di Valparaíso degli anni ˈ50, passando per le festose strade di Lisbona in quel vittorioso 25 aprile del ˈ74. Con le corse di Zazà, la fermezza di Amina e l’allegria di Zilan, ci avventuriamo in un mondo dove l’ingiustizia è sempre presente, così come la speranza, i sogni e la necessità di lottare senza mai perdere la tenerezza.La Sindrome di Peter Punk è la diagnosi di una malattia da cui nessuno dovrebbe mai guarire.

Democrazia senza popolo / La prevenzione della paura

In questo presente distopico è per me difficile avere un idea precisa, sono maggiori i silenzi, che contemplano i disagi, la rabbia, i racconti di chi sta in prima linea. La loro rabbia si ripercuote su di me come fosse la mia. Non è giusto che in virtù del nefasto denaro le persone possano essere sacrificate. Gli ospedali sono in difficoltà, infermieri e dottori sono costretti a turni di 18 ore. I reparti covid sono stati allestiti in pochi giorni, come se nessuno si aspettasse una seconda ondata, come se alla statistica non spettasse un ruolo di rilievo in questa società calcolante. Chi lavora in un reparto covid non può fare pipi, otto ore lavorando senza fare pipi. Nelle industrie il tempo trascorso in casa in attesa di un tampone viene detratto dalle ferie. Rabbia e impotenza i sentimenti più dannosi per l’umano. È evidente che l’aggravante di questa situazione è la mala gestione degli affari pubblici ed è uno slogan ricorrente, non solo adesso. E non solo adesso dobbiamo combattere.
Viviamo un presente illusorio. Pensiamo di vivere all’interno di uno Stato di dritto, cioè uno stato che si è fatto carico di essere garante dei diritti individuali. Questo assioma è largamente criticabile ma esso è foriero di conseguenze. Una di queste è la spinta verso l’inoperosità dell’individuo. Se nella mia rappresentazione mentale lo Stato tutela il mio essere nel mondo e definisce i diritti e i doveri e ancora garantisce il loro rispetto tramite la legge e il monopolio della forza fisica, la mia azione non è richiesta. Il diritto subisce una “istituzionalizzazione”: le pretese individuali slegate da una formalizzazione tecnica (quella di un giudice) perdono la loro cogenza. L’istituzionalizzazione del torto politico squalifica le istanze partecipative del popolo: quei torti che originano la loro causa nell’errata organizzazione sociale per tramite del governo, non possono essere risolti tramite la figura di un giudice esperto.

La mancanza, causa del torto subito, non risiede in una mancanza individuale ma in una mancanza organizzativa originatasi nella mala-gestione statale. In virtù di ciò la risposta a questa mancanza deve essere sociale, deve originarsi dal sociale e dirigersi verso lo statale. Ogni riduzione di un torto sifatto a mancanza individuale è la morte della politica. Garanzia di un ordine in cui non possa più comporsi un “popolo terzo” che controlli e gestisca i processi decisionali. Questo annichilimento delle massa slegata da se stessa e ridotta a individuo isolato è uno dei tratti distintivi del mutamento sociale che ha determinato la trasformazione del panorama democratico. Negli ambiti teorici questo mutamento è rappresentato dalla comparsa del suffisso post. Viviamo in una post-democrazia dato che i fondamenti dell’agire democratico vanno scomparendo.
Affinché vi sia democrazia è necessario che il popolo, ossia il demos, riesca a far trapelare la sua voce, riesca a prendere parte alle decisioni riguardanti il bene della comunità. Questa voce ovviamente non è richiesta ma deve essere conquistata, deve rendersi visibile in spazi di dissenso pubblici. Fintanto che ciò non si verifica, non possiamo ritenere di vivere in un paese democratico bensì in un oligarchia, ossia il governo dei pochi che hanno il naturale diritto di governare su coloro che hanno il naturale diritto di essere governati. Dico naturale perché a questo sgretolarsi del senso democratico sembra associata l’idea che vi sia una naturale destinazione dei ruoli, che vi sia cioè per caratteristiche di nascita una legittimazione della disuguaglianza. Ma il fulcro politico del concetto di democrazia risiede proprio in quest’intercambiabilità. L’interscambiabilità tra il ruolo di governante e governato: tutti in quanto esseri dotati di logos siamo capaci di articolare e comprendere argomentazioni discorsive. In questo senso la democrazia è anche anarchica, ossia libera, senza scopo an arché. E coinvolge scardina quella destinazione naturale affermando che, in virtù dell’uguaglianza degli esseri parlanti, chiunque è in grado di governare, chiunque è in grado articolare argomentazioni logiche, e che quindi chiunque è in grado di pensare al bene comune. Non fraintendetemi non tutti simo uguali e la diversità è una ricchezza, ma tutti siamo in grado di palare. Perché potremmo se non per accordarci sul vivere comune? Perché potremmo parlare se dobbiamo soltanto obbedire?
Con più precisione rispetto alla prima definizione di oligarchia potremmo affermare di trovarci in una tecnocrazia, ossia il governo di coloro che in funzione delle loro capacità tecniche specializzate hanno il diritto di governare. Questa tecnicizzazione dell’ambiente politico rende impossibile la democrazia, rende impossibile la partecipazione popolare riguardante le scelte comunitarie. Caratteristica del demos è la mancanza di ogni titolo per governare; da ciò consegue, in questo panorama tecnocratico, l’illegittimità di governare. Questa situazione evidenzia la difficoltà di rapportarsi a un sapere tecnico senza avere i mezzi per comprenderlo fino in fondo. Questa mancanza ci pone in una condizione di passività e obbedienza. Come sempre in un mondo dominato dalla legge il nostro pensiero non è richiesto. Siamo come robot, destinati a uno spazio e a un tempo. Ma non eravamo persone? Piccoli cosmi in armonia con il più vasto universo? Io credo nelle persone e no nei robot. Credo che tutti abbiamo paura, per i nostri cari, per i più deboli e già questo sentimento potrebbe essere un principio regolatore dell’azione, se sostenuto da una buona informazione. Anche quest’ultimo tasto dolente delle nostre società evolute o dis-evolute. 


Siamo stati costretti all’aria stantia delle nostre abitazioni, pena 400 euro grazie. Ma la quarantena non è uguale per tutti: abitazioni sovraffollate, violenza domestica, violenza su minori, sono realtà che come confindustria, non si sono mai fermate. E dove possono trovar sostegno se anche solo alzare il telefono senza dare nell’occhio è difficile. Perché non potremmo uscire a fare una passeggiata nel bosco? Chi avremmo dovuto contagiare? Fortunatamente il nostro tessuto urbano è contornato da floridi boschi ed è così in tutta Italia.
Forse è troppo tempo che l’umano ha asservito la propria intelligenza e non è più in grado di usala. In questo periodo, più che mai, dobbiamo fare leva su intelligenza e responsabilità, no il contrario. Questa situazione evidenzia l’aporia della legge. Questa non può che essere oggettiva, ma l’oggettività non esiste al mondo, se non nella legge che però dovrebbe applicarsi al mondo e alla vita, ancor più soggettiva. La legge si è rivelata, come sempre, indifferente alle esigenze personali e alle peculiarità di ogni ambiente. 
E non è vero che non c’è senso civico: per strada ti scansano, tutti lontani, mascherine e disinfettante. Penso che l’immagine di inciviltà sia stata strumentalizzata dai meedia per rendere il popolo nemico di se stesso e disfare il tessuto sociale. 
Ma di chi è la responsabilità? Lo sappiamo e dobbiamo urlarlo più forte!

LA PREVENZIONE DELLA PAURA

Viviamo in un mondo in cui valori come antirazzismo, antisessismo e l’abolizione di un sistema patriarcale sembrano solo slogan pronunciati per fare bella figura. Pubblicità che ci mostrano che anche gli uomini puliscono la cucina, cartoni animati per bambini che raccontano di lealtà e rispetto per il prossimo, serie tv, strapiene di famiglie allargate, in cui le diversità sembrano solo punti di forza piuttosto che debolezze. Eppure, nonostante tutti questi “buoni esempi”, nel mondo reale milioni di donne subiscono ancora maltrattamenti e abusi, i profughi vengono lasciati al largo su barconi pericolanti perchè il governo decreta che è illegale soccorrerli, e ovunque la violenza e i soprusi dilagano, manifestandosi con eventi più o meno eclatanti, con una forza che sembra impossibile contrastare.Non conosco e non riesco a capire il perchè di questo grande divario tra ciò che sembra essere nell’opinione di tutti “la cosa giusta” e il grande schifo che invece ci circonda. Il periodo storico che stiamo vivendo, senza dubbio assurdo e senza precedenti in tempi recenti, ha ovviamente ampliato questo mondo di ingiustizia e orrori, costringendoci a riflettere ancora una volta su ciò che ci accade intorno. In questi mesi ho visto tante persone smarrite, seppellite sotto dpcm nuovi ogni settimana ma tutti ugualmente incomprensibili e spesso insensati, persone intrappolate dalla paura forse non più primariamente del contagio ma di prendersi una multa, giornalisti che sembrano aver trasformato il loro lavoro nell’attività ben più divertente di seminare il panico, e come ultima ma meravigliosa costante, un governo (sicuramente il nostro, ma scommetto non sia l’unico) che non sembra preoccuparsi realmente della salute dei suoi cittadini ma più che altro della sua economia. Ancora una volta abbiamo assistito a una sopraffazione e presa di potere da parte di chi, facendosi “tutore della salvezza”, ha poi preferito imporre limitazioni, tra l’altro incostituzionali, piuttosto che cercare di fornire gli strumenti per una gestione quantomeno più umana della pandemia.Potremmo affrontare la questione sotto innumerevoli punti di vista (di chi sono le responsabilità? si poteva evitare almeno in parte il precipitare degli eventi? ci sarebbero stati modi migliori di gestire questa situazione?) ma sicuramente non finiremmo più di discuterne o di arrabbiarci. 

Parliamo allora di prevenzione, ne ragioniamo tanto a livello medico, ma si potrebbe pensare di attuarne una contro lo schifo dilagante che sta invadendo la nostra società? Sicuramente una soluzione unica non c’è ma mi piace pensare che fornendo più mezzi e conoscenze si potrebbe contribuire almeno in parte a radicare quei valori che tanto inseguiamo. Purtroppo però, partendo dalla scuola, lo strumento che mi pare si presti meglio a far crescere le persone anche a livello sociale oltre che conoscitivo, ci viene insegnato a dare giudizi sugli altri in base a numeri, arbitrariamente assegnati e poco contestabili, piuttosto che a ragionare ed analizzare personalmente il mondo che ci circonda; e come per la sanità, altro ente pubblico già in difficoltà, la scuola esce ancora più in crisi dopo lo scontro con Sars-CoV-2, con migliaia di bambini e ragazzi costretti a sacrificare in gran parte la loro istruzione, obbligati a seguire lezioni online da casa, con pochi strumenti per realizzare quale sia l’entità del danno che stanno subendo, e di conseguenza poca necessità di reagire o ribellarsi.Mi ritengo una persona fortunata e la pandemia non ha influenzato, almeno per ora, in modo così significativo la mia vita; questo mi ha permesso di analizzare la situazione che stiamo vivendo da un punto di vista più distaccato, cercando di indagare i motivi che hanno spinto i potenti verso certe scelte piuttosto che altre; spesso non ho trovato dietro le loro azioni (tranne forse nel primo lock-down, vera misura emergenziale) tutta questa logica anti-contagio che viene invece richiesta e imposta ai singoli cittadini, quanto piuttosto una voglia e necessità di prevaricazione, controllo e indirizzamento della nostra società verso un capitalismo e un’obbedienza ancora più forti. Forse il cambiamento è possibile e forse è anche già in fase di attuamento (anche se in maniera lentissima e quindi poco visibile). Lo vedo negli occhi delle persone con cui condivido esperienze e confronti, e spero di vederlo sempre di più intorno a me e di farne parte. La conoscenza e l’informazione sono i nostri strumenti più forti, riprendiamoceli e facciamo nostro questo mondo!

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[ non ammalatevi ]

Quando si vuole risolvere un problema, è sensato partire dal problema stesso e non dagli effetti che causa:
il problema non è evitare una pandemia, nel corso della sua lunga storia l’umanità ha conosciuto moltissime pandemie, conviviamo quotidianamente con virus e batteri, le malattie sono parte della nostra storia e continueranno ad esserlo.

Con tutta la propaganda che ci subiamo ogni giorno sul progresso, su quanto l’umanità si è evoluta a ritmi incredibili, su quanto siamo invincibili e spacchiusi, ci saremmo aspettate di reggere un tantino meglio e che fossimo ben più preparate. E invece abbiamo scoperto che la nostra società capitalista si fa mettere in ginocchio come niente da un virus e che il nostro sistema sanitario non è in grado prendersi cura di noi. Quello che di fondo ci viene detto ormai da quasi un anno è: “non ammalatevi per carità”. 
Ma quando il tuo sistema immunitario è talmente debole da implorarti di non ammalarti, il problema è la tua immunodeficienza, non la malattia.


Il problema quindi, dicevamo, non è evitare una pandemia, il problema è che il nostro sistema sanitario è carente da decenni, malato e zoppo, e non è minimamente in grado di reggere l’urto di un lavoro straordinario come quello impostogli da una pandemia. 
Questo dato E’ il problema, e si parte da qui per capire anche come mai i vertici delle istituzioni sanitarie e politiche hanno colpevolmente scelto di non intervenire in anticipo, quando già da anni in molti avvertivano del probabile arrivo di una simile pandemia e degli effetti che avrebbe avuto.

 Nessuno voleva ammettere che la società capitalista non è un sistema impostato per trovare soluzioni ai problemi, ma piuttosto un fragile castello di carte pronto a crollare travolgendo la base che lo tiene in piedi. Per correre ai ripari, nel pieno dell’emergenza, invece di lavorare in maniera logica per invertire la tendenza, solidificare il sistema sanitario e aiutarlo a reggere meglio l’impatto, si sta scegliendo di mantenerlo così com’è. Anche di fronte a una tale catastrofe e a migliaia di morti, tutto deve rimanere com’è.

Per questo nel discorso pubblico l’attenzione è tutta rivolta alle responsabilità della cittadinanza e ci si tiene lontani dall’analizzare nel complesso la situazione sanitaria e la sua organizzazione: si butta lì qualche accenno a qualche miglioramento che si potrebbe fare (e che inspiegabilmente non arriva mai), si scarica il barile delle colpe tra questa e l’altra istituzione (è colpa del ministero, no è colpa delle Regioni, no è colpa delle ASL, no è colpa dei medici di famiglia…), si invoca la tecnologia come fosse una bacchetta magica (abbiamo ben visto come si è rivelata utile Immuni) e quando proprio non si sa più che dire si torna a gridare che il problema è che noi non dobbiamo ammalarci, e che se ci incaponiamo a farlo è colpa nostra.

I sacrifici, i lockdown, la caccia all’untore, sono messi al centro del discorso politico non perché sono soluzioni: ma perché sono gli unici cerotti possibili su una barca che affonda e che si continua a non voler riparare nella sua struttura. Il tritacarne economico che ne deriva ha le sue origini in questo, e ignorarlo rende spesso la nostra analisi vaga e poco efficace.
Lascia un po’ di amarezza vedere che le nostre lotte sono concentrate sugli effetti del lockdown, ma spesso non hanno la stessa rabbia e chiarezza nell’esigere immediatamente un cambio di paradigma sulle politiche sanitarie.
I pochi medici e operatori sanitari che riescono a trovare le parole per descrivere cosa sta succedendo (e che cercano da mesi di far ascoltare le loro soluzioni) sono troppo spesso lasciate da sole anche dai nostri movimenti. Eppure invece dovremmo essere il loro megafono, alle loro rivendicazioni si dovrebbe sommare la nostra rabbia nel vederli inascoltati.


Del resto che la sanità pubblica italiana sia messa male è ormai quasi un luogo comune. Si legge perfino sui giornali, si dice al bar (quand’è aperto) e ci se ne duole in televisione. Lo si dice alzando le spalle, come se si trattasse di una piaga arrivata insieme alle cavallette, “la malasanità”, e come se in qualche modo non ci si potesse far niente. L’ineluttabile e intricatissimo problema della mancanza di personale sanitario, l’insondabile mistero del numero di terapie intensive tagliate.

ll giornalismo italiano alterna candore stupito a generica indignazione senza colpe, si inonda il discorso pubblico di cifre, statistiche, dati mai verificabili, numeri e confronti generici. E’ un discorso complesso, è certo un argomento difficile, dobbiamo capire che, non possiamo certo..
E con questa complessità, con questo borbottio confuso, con questi colpevoli innominati senza mai un volto, la politica sfugge alla responsabilità e tutto rimane nel vago.
Ma il discorso non è affatto complesso. E’ invece estremamente semplice.

Il servizio sanitario nazionale è in questo stato perché si continua a volere che sia così. Non ci sono sviste, ci sono invece precise decisioni, le cui conseguenze pesano sulla pelle di noi tutte e provocano morti, molti morti.
La sanità pubblica italiana è un colabrodo martoriato da decenni di saccheggi. È stata tagliata, sezionata, riaccorpata, le sono state tolte tutte le risorse possibili. Ma questo non sarebbe ancora sufficiente a spiegare del tutto la situazione in cui ci troviamo.

A monte c’è la decisione di tramutare il servizio sanitario nazionale in un’azienda, con tutto il solito corredo di favole che ne racconta i vantaggi, i benefici, l’efficienza. Si è passati dal concetto di cura a quello di servizio, talvolta prestazione, la salute è diventata merce, le patologie si classificano in base a quanto rende economicamente curarle. A partire dal taglio dei finanziamenti, lo scenario è rotolato giù nel burrone: blocco del turnover del personale, costante riduzione dell’offerta pubblica, restringimento dei reparti, aumento spropositato dei ticket, migrazioni di massa dal settore pubblico a quello privato..

Si è scelto di costruire un sistema sanitario basato sulla cura dell’acuto e non del cronico, non sulla prevenzione o sulla tutela del benessere complessivo della persona. La sanità territoriale è stata smantellata, si è voluto mettere al centro i grandi ospedali e utilizzarli come imbuti dove convogliare ogni richiesta di cura. I grandi ospedali sono diventati centri di potere, pachidermiche strutture piramidali con ai vertici le grandi star della medicina, che si contendono soldi, ribalta e spazi televisivi.
I medici di famiglia sono diventati meno che un ufficio informazioni o uno smistamento clienti, le ASL sono oasi lontane, l’igiene una chimera ingarbugliata in sé stessa, gli esami e le visite specialistiche un lusso riservato a chi ha soldi. I buchi sono talmente tanti che è difficile anche solo immaginare come riuscire a tapparli tutti.

La candida sincerità del presidente della Regione Liguria, che si lascia sfuggire un “gli anziani non sono indispensabili”, centra il cuore del problema: è indispensabile chi produce soldi, non chi ne fa spendere.
La cura della persona, così come ogni altro bene pubblico, è e resterà sempre una spesa inaccettabile agli occhi di chi deve ricavarne profitto. Con buona pace di Ippocrate e dei suoi amici fricchettoni idealisti.

E immersi in questo scenario disastroso, come dicevamo, ci sono i medici, gli infermieri e i ricercatori.
Se ci fossero degli eroi tra il personale medico, sarebbero dei fanti, la tradizionale carne da macello usata per coprire la ritirata dei generali che quella guerra l’hanno provocata. Perché se vi piacciono le metafore di guerra, almeno si parli della guerra vera, quella vigliacca che uccide, stupra e mutila in nome del potere.
Deve essere chiaro a tutti e tutte che se in Italia stanno morendo centinaia di operatori sanitari, non è per un danno collaterale, ma per una scelta precisa e reiterata.

Se volessimo trovare delle soluzioni al problema dovremmo avere il coraggio e la volontà di togliere il profitto dal discorso. Dovremmo tornare alla sanità territoriale, rendendola ancora più vicina, dovremmo attivare e potenziare le USCA e i GIROT (dov’è stato fatto i risultati si sono visti eccome), dovremmo sbloccare il turn over del personale, assumere stabilmente in modo massiccio e formare come si deve, dovremmo mettere in piedi sistemi di contact tracing fatti da umani che parlano con altri esseri umani valutandoli caso per caso e smarcando il personale sanitario che è già fin troppo sovraccarico, requisire (non affittare!) immediatamente strutture e strumentazione delle cliniche private, mettere le mani in modo pesante e definitivo in quell’ignobile affare che sono la maggior parte delle RSA private. Il sistema sanitario dovrebbe essere (auto)organizzato da chi ci lavora e se lo vive ogni giorno. Sono loro ad essere perfettamente in grado di indicare con precisione cosa fare e come, non qualche manager aziendale il cui unico criterio decisionale sarà sempre tagliare le spese e aumentare i profitti.


Di numeri ne leggiamo fin troppi, ma vogliamo ricordare una sola cifra, semplice e simbolica: un solo caccia F35 costa allo stato italiano quanto 7.000 ventilatori polmonari. E siccome siamo in guerra, probabilmente noi adesso al virus gli spareremo con i nostri splendidi aerei.

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Pandemia covid, collezione autunno/inverno 2020

Sono passati sette mesi da che guardavamo il mondo dal chiuso delle abitazioni e i supermercati erano la sola fonte di socialità ammessa. La situazione sembra ripresentarsi in un crescendo piuttosto prevedibile.Lo scenario economico e sociale intorno a noi è andato complessivamente peggiorando e in qualche modo inevitabilmente tutti i nodi tornano al pettine.Ci troviamo di nuovo a dover sospendere le attività pubbliche del csa, ma questa è forse la parte più semplice della vicenda, nonostante per noi i luoghi come il nExT Emerson rappresentino molto, e non chuidiamo i battenti a cuor leggero.Non ci sentiamo più impreparate di fronte alla realtà del resto del mondo che ci circonda, così confusamente rabbioso, ansiogeno e impaurito. Non ci sentiamo più impreparati perché è la seconda volta che ci ritroviamo davanti ad uno scenario degno di un film apocalittico. C’è chi di fronte a questa prevedibile situazione ha voluto deliberatamente chiudere gli occhi concentrandosi su futili argomenti, come per esempio le elezioni regionali. I veri ciechi ancora una volta sono i nostri potenti. Un motivo c’è per ringraziare questa pandemia: l’aver portato a galla contraddizioni che ormai sono impossibili da nascondere. Abbiamo molte difficoltà a leggere gli scenari che si prospettano, gli eventi si susseguono veloci, anche se le giornate appaiono spesso infinite  . Il mondo del lavoro sembra fortemente attestato su una dimensione corporativa che ricorda gli anni ’30 e la genesi del fascismo.  Ogni categoria difende i propri interessi e si barcamena nelle proprie difficoltà, ma in mezzo alla protesta non si intravede una spinta alla solidarità e al mutualismo, ma piuttosto una sorta di “io speriamo che me la cavo”. Questo sentimento di avversione nei confronti delle altre persone ci pare alimentato dal mediatico mantra del dover inquadrare, per forza, un nemico nel mirino.  Ma il nemico non sono i giovani, non sono le palestre, non sono i teatri e nemmeno i cinema. Nella prima ondata erano i passeggiatori seriali, corridori e bambini nei parchi, demonizzati come dei veri e propri satana a piede libero.C’è chi già dagli anni ’60 aveva teorizzato processi mediatici simili.  I media tradizionali e non riescono infatti, attraverso la sola diffusione di informazioni reiterate fino alla nausea, a far coincidere il falso con il vero, in questo caso il giovane con il nemico. Il libero mercato svela in questo contesto il proprio volto più crudele e ingiusto.

Gli aiuti economici vengono elargiti come stimoli all’economia, all’impresa, alle grandi opere e raggiungono le persone in piccola parte per via traverse. Lo stato persiste a ignorare quelle situazioni che non ha mai voluto vedere: chi si barcamena tra lavoro al nero e o in grigio appartiene a una casta di reietti a cui nulla è dovuto. Il capitale affronta la questione pandemica come una crisi, una delle tante, dobbiamo solo attendere la ripresa, entità mitica  e escatologica, l’equivalente economico di “domani è un altro giorno” o “non può piovere per sempre”. Come in guerra, si mettono in conto le vittime, quelle causate direttamente da covid, e le altre che dalla crisi usciranno a pezzi.La retorica del semplice capro espiatorio propria di marzo, il runner, il passeggiatore folle e incontrollato, in qualche modo non regge più e dopo un primo tentativo di assalto alla banda dell’aperitivo e alle partite di calcetto, i contagi hanno messo in luce come un virus sia un virus e sia difficile da contenere, e che non c’è una categoria da condannare. Ammalarsi non è una colpa. Questo però non rende meno gravi le responsabilità per il caos nella sanità, nei trasporti, nell’economia, anzi le aggrava. La confusione è uno dei tratti distintivi di questo periodo, le chiusure sembrano decise con una sorta di roulette e estratte a sorte sulla base del peso economico e sociale dei soggetti coinvolti, che svela più che altro la scala di valori della nostra società: la netta distinzione tra famiglia, scuola, lavoro, tempo libero. In quest’ultimo rientrano le attività culturali, ricreative, ma soprattutto sociali: queste sono le prime a cui possiamo rinunciare. Il che è strano perchè in un momento in cui alle persone dovrebbe essere lasciato il tempo di prendersi cura di sè, di guarire, di cercare di stare bene, si decide che una fabbrica di armi o di auto debba continuare a produrre, ma un cinema debba chiudere. E’ su questa scala di valori che si gioca la partita. Il lockdown di marzo, con la demonizzazione dello spazio aperto, non ci ha lasciato il tempo di dedicarci alla nostra salute, ci ha fatto vivere tre mesi nell’angoscia e nell’ansia. Ha funzionato per il contenimento del virus, non c’è dubbio che l’isolamento sia la risposta più rapida, ma senza aver la sicurezza di poter campare, senza sapere quale sarà il tuo futuro è una ricetta mortifera, come lasciare circolare l’epidemia in maniera incontrollata.D’altra parte chiedere al capitale di salvarci significa porsi completamente nelle sue mani. Senza un cambiamento nella scala di valori, senza riportare al centro la solidarietà, il mutualismo, la giustizia sociale, la dignità e l’autonomia delle persone, al di sopra di ogni ragione economica, non possiamo che sentirci come con una pistola puntata alla testa.La pandemia mette ben in evidenza come il nostro modello economico sia inadeguato, non solo a prendersi cura della salute delle persone, ma probabilmente proprio alla sopravvivenza della specie, e non ci permetta di fare le scelte giuste, ma sempre e solo quelle economicamente convenienti. Sicuramente sopravviveremo alla pandemia, ma nei numeri per cui sarà economicamente sostenibile e alle condizioni imposte dal capitale.


Le piazze di queste settimane ci confermano la situazione complessa: si passa da rivendicazioni di categoria, quasi corporative come detto in precedenza, a convocazioni su parole d’ordine generali, che raccolgono il disagio crescente, in qualcosa che appare una sorta di catarsi di emozioni di pancia.  Spesso si fa riferimento all’età relativamente giovane dei partecipanti alle proteste più accese, come se ci si stupisse che di fronte alla prospettiva di avere una vita fatta, nel migliore dei casi, di solo lavoro o disoccupazione, in cui la socialità viene additata come irresponsabile, le persone si sentano travolte da pulsioni violente. Le condanne sono facili da parte di chi ha uno stipendio garantito e un futuro meno incerto di quelle piccole masse che a tratti scendono in strada. Chi vorrebbe poter tenere aperto il ristorante o il bar qualche ora in più, la palestra, la piscina, il cinema, il teatro, chi ha visto il crollo del fatturato della propria attività, chi vorrebbe una trasformazione sociale di ampia portata in senso egualitario, chi in senso autoritario, chi vorrebbe uno stato forte, chi non lo vorrebbe affatto, chi vorrebbe il socialismo, chi una democrazia più giusta e chi “meglio quando c’era lui”, chi non sa bene cosa vorebbe, ma di sicuro non questo presente. Sono piazze impossibili da tratteggiare, difficile capire dove si possa andare a parare. Difficile capire se andranno oltre allo sfogo del malessere accumulato da marzo, o si sgonfieranno con l’arrivo di bonus e accordi di categoria, e rimaranno solo le persone escluse, invisibili se non quando si scontrano con la polizia, sempre più depresse e arrabbiate.Non è un caso che nella prima parte della pandemia la retorica di guerra fosse così in voga, si sta parlando di sacrifici e di morti. Eppure continua a non esserci nessuna guerra, a parte le solite. C’è una pandemia,  e ogni analisi che prescinda dalla questione sanitaria o la semplifichi è incompleta e poco convicente. Il conflitto capitale-società è ora molto evidente: non possiamo aderire alle prescrizioni sanitarie nella tranquillità che questo sia un momento di cura, ma dobbiamo farlo nella consapevolezza che se non lavoriamo non potremo campare,  che il debito contratto ora con il capitale, ci perseguiterà per generazioni. E’ come se all’improvviso si fosse reso estremamente palese e manifesto che il meglio che il nostro sistema economico riesce a pensare per noi è: vi assicuriamo che gli scaffali dei supermercati saranno sempre abbastanza pieni, a tratti sarà necessario andare a fare la spesa divisi in unità e limitarsi ai beni essenziali. Il che potrebbe anche essere accettabile durante un’emergenza sanitaria, se al di fuori di quell’ambito potessimo contare su una vita degna e appagante, potessimo concentrarci sulla nostra salute fisica e mentale, se potessimo intravedere un senso e una prospettiva. Ma possiamo? O siamo costretti a accettare perchè immaginare e costruire un’alternativa non ci è concesso?

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E’ uscita Scarceranda 2021!

È uscita la nuova Scarceranda, l’agenda contro il carcere… giorno dopo giorno.

Anche quest’anno anno 365 giorni di pensieri contro il carcere in una pratica agenda, e un quaderno con approfondimenti, lettere, racconti e l’immancabile guida per chi ha la sfortuna di entrare in carcere.

Quest’anno in cui organizzare presentazioni è particolarmente difficile, il NextEmerson si offre almeno come punto vendita fiorentino.

Per acquistare la tua copia scrivici a assemblea@csaexemerson.it